lunedì 5 marzo 2018

martedì 13 febbraio 2018

Fuori programma

Da Francesca, che ringraziamo per la ricetta e per la torta, arriva la ricetta della torta con cui, in gloria, abbiamo chiuso il nostro percorso.


TORTA DI RICOTTA E GOCCE DI CIOCCOLATO
INGREDIENTI
Impasto
- mezza bustina lievito per dolci
- 2 uova
- 200 gr burro
- 250 zucchero semolato
- 400 gr scarsi di farina
Ripieno
- 500 gr ricotta
- 5-6 cucchiai di zucchero semolato
- 50 gr di gocce di cioccolato fondente (o cioccolato fondente sbriciolato)

PROCEDIMENTO
Unire tutti gli ingredienti per l'impasto (il burro va un po' ammorbidito), la farina va aggiunta gradualmente per controllare la consistenza dell'impasto. Amalgamati gli ingredienti si procede dividendo in due l'impasto; foderare lo stampo e appiattire la prima metà dell'impasto, farcire con il ripieno stando a 2 cm dal bordo della torta e ricoprire con l'altra metà dell'impasto. Infornare a 180 gradi, modalità forno statico per circa 30-40 minuti.

domenica 11 febbraio 2018

grazie!

«La gente è stanca delle cose semplici. Vuole mettersi in discussione».
(Umberto Eco, The Guardian, 27/11/2011)
Se devo pensare a una frase che riassuma quanto abbiamo fatto nelle ultime 10 settimane, in biblioteca a Treviglio, leggendo integralmente l’Odissea e soffermandoci per un confronto su molti passi, ecco, direi che questa è la citazione giusta.
E che un’iniziativa nata un po’ in sordina abbia raccolto più di una ventina di iscritti di cui una quindicina fedelissimi che, ad ogni serata, si sono presentati con i canti pre-letti e le proprie osservazioni sul testo, beh, non può che fare piacere. Così come, mercoledì sera, la prevista “chiusura” del percorso ha avuto invece il rilancio da parte dei partecipanti che, nel confronto con Ulisse e un classico del mondo greco, hanno dimostrato di avere incontrato, nell’Odissea, non solo miti e storie, ma anche tradizione, cultura, esperienze personali ed addirittura sentimenti propri.
È la prima volta che mi capita un’esperienza simile, un confronto “guidato” non con un gruppo di ragazze e ragazzi ma con un gruppo di adulti. E rimpiango non mi sia successo prima. Perché davvero, come abbiamo intitolato il nostro percorso, Ulisse consente a tutti di "perdersi per trovarsi".

venerdì 2 febbraio 2018

«I due si dilettarono di racconti l'uno all'altra narrando...»

τὼ δ' ἐπεὶ οὖν φιλότητος ἐταρπήτην ἐρατεινῆς,
τερπέσθην μύθοισι, πρὸς ἀλλήλους ἐνέποντες,
ἡ μὲν ὅσ' ἐν μεγάροισιν ἀνέσχετο δῖα γυναικῶν
ἀνδρῶν μνηστήρων ἐσορῶσ' ἀΐδηλον ὅμιλον,
οἳ ἕθεν εἵνεκα πολλά, βόας καὶ ἴφια μῆλα, 
ἔσφαζον, πολλὸς δὲ πίθων ἠφύσσετο οἶνος·
αὐτὰρ διογενὴς Ὀδυσεύς, ὅσα κήδε' ἔθηκεν
ἀνθρώποισ' ὅσα τ' αὐτὸς ὀϊζύσας ἐμόγησε,
πάντ' ἔλεγ'· ἡ δ' ἄρα τέρπετ' ἀκούουσ', οὐδέ οἱ ὕπνος
πῖπτεν ἐπὶ βλεφάροισι πάρος καταλέξαι ἅπαντα.
«E i due, quando ebbero gustato il dolce amore, si dilettarono di racconti l'uno all'altra narrando: lei, luminosa fra le donne, quanto in casa aveva sofferto osservando lo stuolo pernicioso dei pretendenti che per causa sua sgozzavano molto bestiame, vacche e pecore floride, e molto vino si attingeva dagli orci; lui, il nobile Odisseo, diceva quanti lutti inflisse agli uomini e quante pene egli stesso patì, ed ella godeva ad ascoltare né le cadeva sulle palpebre il sonno prima che ogni cosa ebbe narrato».
(Odissea XXIII, 300-309; trad. F. Ferrari)
Con il prossimo mercoledì termineremo, insieme ad Ulisse e Penelope, il nostro viaggio fra le narrazioni che ci hanno, finalmente, portato ad Itaca.

sabato 27 gennaio 2018

«Ma se Odisseo arrivasse...»

(…) οὐ γὰρ ἔπ' ἀνήρ,
οἷος Ὀδυσσεὺς ἔσκεν, ἀρὴν ἀπὸ οἴκου ἀμῦναι.
εἰ δ' Ὀδυσεὺς ἔλθοι καὶ ἵκοιτ' ἐς πατρίδα γαῖαν,
αἶψά κε σὺν ᾧ παιδὶ βίας ἀποτίσεται ἀνδρῶν.
«Perché manca un uomo, qual era Odisseo, per stornare di casa il malanno. Ma se Odisseo arrivasse tornando alla terra paterna, subito con suo figlio castigherebbe le violenze di questi uomini».
(Odissea XVII, 537b-540; trad. F. Ferrari)

La preghiera di Penelope, che attende il ritorno dello sposo, a 20 anni dalla partenza. 

Mercoledì 31 gennaio, penultima tappa del nostro percorso nell’Odissea.

martedì 23 gennaio 2018

Ulisse e il superamento del tempo perduto; il canto XII - 17 gennaio

Qualche filo di lettura
Nell’incontro con le Sirene Ulisse incontra la seduzione del passato; Ulisse è l’oggetto del loro canto ed ascoltarlo avrebbe provocato in lui lo stesso destino che ad altri era capitato: morire e rimanere vicino alle Sirene stesse, orrenda fine di un piacere senza fine. Sono, in un certo qual modo, la “amplificazione” della tentazione dei Lotofagi: dimenticare il presente e far perdurare il passato, questo il rischio che Ulisse vuole correre (perché, non dimentichiamolo, potrebbe anche lui sigillarsi le orecchie come fanno i suoi compagni, ma la tentazione di conoscere è forte…).
L’astuto Ulisse è, nel canto delle Sirene, colui “che è oggetto di molti canti” (πολύαιν’ Ὀδυσεῦ XII, 184): un epiteto nuovo, tutto suo, che lo sollecita all’ascolto. Ma, memore degli ammaestramenti di Circe, Ulisse ascolta ma non cede, ben incatenato dai compagni, che invece non avevano avuto modo di ascoltare la seduzione del canto.
Nel superare l’ostacolo, Ulisse si dimostra il più grande allievo di Achille e del suo insegnamento: non investe sulla gloria del passato ma cerca il ritorno nella casa e nella famiglia; va oltre la dolcezza del piacere del ricordo e affronta presente e futuro per affetto e destini.
Nell’incontro-scontro con Scilla e Cariddi Ulisse sceglie “il male minore”: il sacrificio di sei compagni di viaggio che Scilla chiede a chi passa da quei luoghi. Questo è l’ultimo ostacolo che si frappone con violenza al ritorno di Ulisse ad Itaca.
La scena delle morti dei compagni provoca in Ulisse il moto di compassione maggiore che abbia mai avuto il coraggio di esprimere (XII, 258-59)
Infatti l’approdo all’Isola del Sole vede un divieto infranto, non un attacco ad Ulisse e compagni impegnati sulla via del ritorno. Euriloco, addirittura riprendendo parola per parola l’esordio del discorso di Ulisse, convince i compagni a superare il limite del divieto divino, con la promessa di una futura espiazione.
E sarà questa la causa della sventura di tutti i compagni di Ulisse, che periranno nel viaggio successivo, colpevoli di aver infranto l’unico tabù posto loro dinnanzi nell’ultima delle soste del loro travagliato viaggio.
Il canto si chiude con il ritorno alla domanda di Arete e con l’inizio del racconto, quando Ulisse narra dell’arrivo a Ogigia (VII, 247 sgg.) “ma perché raccontarlo? (…) mi è odioso raccontare di nuovo cose dette per filo e per segno”. (XIII, 450; 452b-453).

La citazione

«Omero ci fa riconoscere Odisseo come una persona, come essere umano con la propria storia, le proprie esperienze e i propri sentimenti. Alla ricostruzione del suo passato, a ciò che Proust chiamerebbe “una ricerca del tempo perduto”, Omero e Odissea dedicano i successivi quattro libri del poema (9-12): i quali, quanto al riconoscimento dell’identità dell’eroe, hanno la forma di una V, all’inizio della quale Odisseo è ancora l’eroe greco che ha distrutto Troia, mentre al fondo è, letteralmente, nessuno, e alla fine inizia a riacquistare la propria personalità».
Boitani P., Riconoscere è un dio, Einaudi, Torino 2014, p. 74

Spaesato, (benché) a casa propria.

(…) ὁ δ' ἔγρετο δῖος ‘Oδυσσεὺς
εὕδων ἐν γαίῃ πατρωΐῃ, οὐδέ μιν ἔγνω,
ἤδη δὴν ἀπεών (...)
«E intanto si destò il nobile Odisseo che dormiva sulla terra paterna dopo che a lungo era stato lontano, ma non la riconobbe.»
(Odissea XIII, 187b-189a; trad. F. Ferrari)
Spaesato, (benché) a casa propria.
Da domani sera, con Ulisse, inizieremo e ripercorrere luoghi e riconoscere persone della petrosa Itaca, da lui abbandonata da tempo.

venerdì 12 gennaio 2018

Superare il passato

  1. Σειρήνων μὲν πρῶτον ἀνώγει θεσπεσιάων
    φθόγγον ἀλεύασθαι καὶ λειμῶν’ ἀνθεμόεντα.
    οἶον ἔμ’ ἠνώγει ὄπ’ ἀκουέμεν· ἀλλά με δεσμῷ
    δήσατ’ ἐν ἀργαλέῳ, ὄφρ’ ἔμπεδον αὐτόθι μίμνω,
    ὀρθὸν ἐν ἱστοπέδῃ, ἐκ δ’ αὐτοῦ πείρατ’ ἀνήφθω.
    εἰ δέ κε λίσσωμαι ὑμέας λῦσαί τε κελεύω,
    ὑμεῖς δὲ πλεόνεσσι τότ’ ἐν δεσμοῖσι πιέζειν.

    «Anzitutto ci esorta a fuggire il canto
    e il prato fiorito delle divine Sirene.
    Esortava che ne udissi io solo la voce. Legatemi dunque
    in un nodo difficile, perché lì resti saldo,
    ritto sulla cassa dell’albero: ad esso sian strette le funi.
    Se vi scongiuro e comando di sciogliermi,
    allora dovete legarmi con funi più numerose».
    (Odissea XII, 158-164; trad. G.A. Privitera)

    Il canto delle Sirene non è in sé un canto mortale: lo diventa perché fuori dalla portata dell’uomo, perché – soprattutto per Ulisse, che ne è contemporaneamente soggetto e destinatario –  fa perdurare il passato e nega il presente.
    Mercoledì prossimo, il 17 gennaio, Ulisse sarà alle prese con le seduzioni del piacere.

Scoprirsi nel confronto con la morte; il canto XI - 10 gennaio

Qualche filo di lettura

È il canto del limite: Ulisse, da vivo, entra nell’Ade per riconoscere nella profezia di Tiresia il senso e la direzione del proprio nòstos.

E, prima di procedere, incontra i Cimmeri, il popolo delle tenebre e dell’oscurità (proprio il contrario della luce dei Campi Elisi riservati agli dei): sembra una prefigurazione del destino finale degli uomini.

Ulisse è "mortale due volte", come lo definirà poi Circe al ritorno dal viaggio nell’Ade: incontra, a partire da Elpenore, alle soglie dell’Ade le anime di coloro che sono stati e, soprattutto, ottiene da Tiresia le indicazioni per evitare sacrilegi ulteriori che possano impedire il suo ritorno ad Itaca, pur dovendo soffrire per gli errori già commessi (soprattutto, l’accecamento di Polifemo).

Tiresia, però, ad Ulisse predice anche un ulteriore viaggio, oltre Itaca, dopo Itaca: ai confini del mondo reale e al di là anche del mondo dell’Odissea, incontrando «uomini che non conoscono il mare né mangiano cibo condito con sale né sanno di baci dalle guance vermiglie o di maneggevoli remi che di navi sono le ali» (123-125).

«Per te la morte verrà dal mare» (θάνατος δέ τοι ἐξ ἁλὸς αὐτῷ;134) o “lontano dal mare”? L’espressione ex halòs nella sua ambiguità apre a una possibile serie di “nuovi destini” per l’Ulisse una volta ritornato ad Itaca.

Anticlea, la madre di Ulisse, gli rivela che è stata la “nostalgia” per la sua assenza la causa principale della morte: Itaca lo attende e, con reazioni diverse, tra cui spicca la fedeltà assoluta di Penelope.

Negli incontri successivi, un “catalogo” di personaggi molto ampio e variegato, la casa di Ulisse si sposa con il mito, operando così una fusione e una “mitizzazione” della propria vicenda. Ulisse è già sulla bocca del popolo greco e le sue vicende, che è lui stesso a cantare mirabilmente alla corte dei Feaci (362-376 ed il tema dell’ascolto del canto, che fa trascorre il tempo nella gioia e nel piacere), fanno da collante per una presentazione del pantheon greco.

Tra le figure grandi nella loro cattiva sorte spiccano Achille e Epicasta; per costei, colpevole dell’assassinio del marito, la responsabilità della “infamia” di cui tutte le donne sono macchiate a causa delle sue azioni (434).

Nell’incontro con Achille la rivelazione: nell’Ade Achille cerca la vita come in vita aveva cercato la morte eroica. Decadono i valori iliadici e il sogno è “essere famiglia” (488-491): «Non abbellirmi, illustre Odisseo, la morte! Vorrei da bracciante servire un altro uomo, un uomo senza podere, che non ha molta roba, piuttosto che dominare tra tutti i morti defunti.» Per i morti non ci sono beatitudine e gloria; per Ulisse invece il nòstos, eternato nella poesia, costituirà  il significato del suo agire.

Per Ulisse, ancora vivo, l’incontro con le anime dei morti è la possibilità di incontrare il passato edi continuare, grazie a questo incontro, il suo viaggio, che riprenderà, dopo la notte trascorsaall’Ade, giungendo al termine del giorno successivo da Circe.

Due “uscite”
Per chi fosse interessato, due volumi che possono essere elementi di approfondimento del canto.
1) Tommaso Baraccini, Silvia Romani, "Una passeggiata nell’aldilà in compagnia degli antichi”, Einaudi 2017
il più recente saggio sull’escatologia del mondo classico. Che parte proprio da questo XI canto e sviluppa, con citazioni anche di brani poco conosciuti, il sistema delle credenze che gli antichi greci e romani condividevano sull’argomento.
2) Umberto Eco, “La vertigine della lista”, Bompiani 2009
Una delle più originali opere del semiologo che indaga il perché della nostra attitudine a catalogare ed inserire in elenco ordinati tutto (o quasi…). Pagine davvero interessanti quelle dedicate ai cataloghi omerici: bellico e maschile quello dell’Iliade, mitologico e prevalentemente femminile quello dell’Odissea.

La citazione
«È il racconto dell’Odissea, ospita nel canto XI: la Nekya, stria del viaggio dell’eroe di Itaca alle porte del regno infero, oltre le quali si spalanca uno spazio senza tempo e senza geografia in cui i grandi convivono con gli uomini da nulla e gli eroi si aggirano senza menta al fianco dei peccatori puniti. Qui il fantasma inconsistente di Achille, ridotto a un alito di nebbia, può bel rispondere a Odissea, impegnato a elogiarne le gesta e la posizione di primo piano fra i trapassati, che a nulla valgono regni e potere, gloria e battaglie vinte, quando si precipita nel buio mondo dei morti:non provare a rendermi la morte più dolce, dice al signore di Itaca.
Al principio, quindi, c’è l’oscurità angosciosa di una landa priva di bussola e di orientamento: le cortine dell’Oltretomba pagano si aprono con lo sguardo dell’eroe sull’eternità di chi non c’è più».
(Tommaso Baraccini, Silvia Romani, "Una passeggiata nell’aldilà in compagnia degli antichi”, Einaudi 2017)

domenica 7 gennaio 2018

A Homer Commentary in Progress

Segnalo una piacevole ed inattesa scoperta: il "commentario aperto" sulle opere omeriche che un gruppo di studiosi americani ha recentemente avviato. Per chi si voglia cimentare nel confronto e nell'approfondimento, molti dei passi dell'Odissea su cui ci siamo soffermati ottengono ulteriore illuminazione dagli spunti che qui si possono trovare. 
Ma, e lo sottolineo, davvero è interessante notare la modalità di azione di questo gruppo di studiosi: il commentario si struttura come una sorta di "gruppo di lettura" online, con forte attenzione alla dimensione antropologica dei contenuti dell'opera omerica.
Beh, fatte le necessarie e debite proporzioni, è bello pensare che stiamo affrontando insieme il testo dell'Odissea con i medesimi principi ispiratori.

martedì 2 gennaio 2018

Oltre Itaca

αὐτὰρ ἐπὴν μνηστῆρας ἐνὶ μεγάροισι τεοῖσι
κτείνῃς ἠὲ δόλῳ ἢ ἀμφαδὸν ὀξέϊ χαλκῷ,
ἔρχεσθαι δὴ ἔπειτα, λαβὼν εὐῆρες ἐρετμόν,
εἰς ὅ κε τοὺς ἀφίκηαι, οἳ οὐκ ἴσασι θάλασσαν
ἀνέρες οὐδέ θ’ ἅλεσσι μεμιγμένον εἶδαρ ἔδουσιν
οὐδ᾿ ἄρα τοί γ᾿ ἴσασι νέας φοινικοπαρῄους, 
οὐδ᾿ εὐήρε᾿ ἐρετμά, τά τε πτερὰ νηυσὶ πέλονται.

«...e quando, nelle tue case, i pretendenti li hai sterminati,
con l’inganno o a fronte con l’aguzzo bronzo,
prendi allora il maneggevole remo e va’,
finché arrivi da uomini che non sanno
del mare, che non mangiano cibi conditi col sale,
che non conoscono navi dalle gote purpuree
né i maneggevoli remi che sono per le navi le ali.»

(Odissea XI, 119-125; trad. G.A. Privitera)


…e Tiresia profetizza ad Ulisse, che ancora non è tornato ad Itaca, la sua futura ripartenza per una terra inesplorata, fuori dal mondo di Ulisse e dell'Odissea.
Di questo e della visita nell’Ade parleremo nel prossimo incontro, il 10 gennaio.

mercoledì 27 dicembre 2017

«Ulisse voleva uscire dal mondo delle favole e rientrare in quello degli uomini» - 20 dicembre

Qualche filo di lettura

Il canto ha la medesima struttura del precedente: due incontri brevi ed uno ampio e ben sviluppato. 
L’orrore superato dell’incontro con il Ciclope si stempera nel paesaggio fiabesco dell’incontro con Eolo (X 1-13), la cui ospitalità sembra essere in antitesi con quella di Polifemo. Dalla perfezione dell’isola, Ulisse è escluso: si tratta di una struttura pressoché autarchica, che non ammette novità.

L’ospitalità originaria di Eolo si tramuta però in una cacciata: il favore degli dei non arride ad Ulisse e, quindi, nemmeno può arridere a chi lo ospita. Eolo “cambia segno”: passa dal “tutto ospitale” a colui che maledice chi sta tornando sui suoi passi per un proprio errore.

È la curiosità dei compagni, desiderosi di conoscere il contenuto dell’otre dei venti, regalato da Eolo, a causare l’interruzione del viaggio di ritorno, rendendo così tutto il gruppo inviso agli dei.

Nell’incontro con i Lestrigoni l’impianto è simile a quello con i Ciclopi: la sosta (e messa in sicurezza di una nave) in un’isola vicina, la scoperta di creature gigantesche, inospitali e violente.

Solo la prudenza di Ulisse consente di ripartire per il viaggio; il resto della flotta viene annientata da giganti che, diversamente dai Ciclpoi, hanno però una società organizzata, si muovono in gruppo e, sommo orrore, si nutrono di uomini come se questi fossero pesci (X 124).

Circe, come Eolo, è un personaggio “doppio”, perché entrambi sono caratterizzati dal cambiamento di atteggiamento nel loro ruolo di ospite nei confronti degli uomini ospitati. Eolo è inizialmente ospitale e diventa ostile in un secondo momento; Circe, al contrario, dapprima è ostile e nemica (gli uomini che vengono accolti da lei sono poi sottoposti a una tremenda metamorfosi: vengono mutati in animali), mentre in seguito darà le indicazioni perché Odisseo possa compiere il viaggio nel regno dei Morti. Diventa, in questo secondo momento, il simbolo stesso dell’ospitalità e dei rischi che essa fa correre.

Circe tramuta in animali chiunque incontri. Solo Odisseo, per l’aiuto di un dio che gli anticiperà i pericoli indicandogli il modo per sottrarvisi, si salva dall’ingannο che Circe opera costantemente e quasi automaticamente.Gli incantesimi di Circe segnano un'ulteriore tappa dell’incontro con la non-umanità che è stata operata da Odisseo e dai compagni con Ciclopi e Lestrigoni: la trasformazione non è morte, ma è la perdita dei propri tratti esteriori distintivi e benché rimanga un briciolo di coscienza, si assumono le forme di animali, inferiori. Qui non si tratta solo di un cibo magico, come quello che i Lotofagi offrono senza cattive intenzioni agli stranieri: assumendo dei φάρμακα oltre al cibo, i compagni dimenticano la loro patria: si cancella il ricordo del loro passato e viene sepolta la coscienza della propria identità. Ma, e questo è significativo, il νοῦς (mente) di ciascuno resta ἔμπεδος (saldo).

L’incontro con Circe marca anche, e proprio grazie a questo intervento, il cambio di segno delle avventure di Odisseo che sono state vissute, finora, nella sorpresa e nell’aspettativa dell’inatteso mentre diventano, d’ora in avanti, vicende cui Odisseo si prepara, permettendoci di incontare non più la capacità di rispondere alle sorprese ma le preventive riflessioni e valutazioni dell’eroe.

Ed è Circe a svelare l’identità di Odisseo –un’identità che l’eroe ha cercato gelosamente di conservare durante tutte queste peripezie–, una volta superati i tre inganni (una pozione magica, il tocco della verga, il letto) che la maga gli aveva ordito.

La profezia della venuta di Odisseo s’è compiuta: la profezia è memoria e, proprio per questo, come tutto il passato nell’Odissea ha forza cogente. Sembra che la venuta di Odisseo sia scritta nella storia e che sia prefigurato l’arrivo dell’uomo greco, emblema e simbolo di giustizia e misura.
Dopo aver trascorso un anno in liete libagioni, sono i compagni a rimproverare Ulisse che sembra essersi dimenticato della via del ritorno: Ulisse chiede dunque a Circe di poter partire: Circe acconsente, prefigurandogli la tappa successiva. Circe, in questo modo, prosegue l’ideale staffetta iniziata da Hermes. Un aiuto divino, quello di Hermes, ha consentito a Ulisse di superare la prima delle tappe del viaggio di Ulisse in cui l’eroe ed i suoi compagni non si erano più confrontati con uomini ed esseri straordinari. L’incontro con creature eterne non può basarsi sulle sole forze e sulla sola intelligenza di Ulisse.

La citazione
«Ulisse è l’eroe giusto per i tempi di crisi. Uno che sa cavarsela in ogni situazione, che riesce a inventarsi vie d’uscita inattese quando ormai sembra non esserci più scampo. [….] L’Ulisse di Omero voleva innanzitutto tornare a casa: ritrovare la moglie, il figlio, il focolare. Voleva uscire dal mondo delle favole e rientrare in quello degli uomini.[…]Ulisse è l’eroe dell’intelligenza pratica, capace di trovare di volta in volta la soluzione concreta a problemi concreti». 
(Giorgio Ieranò, Gli eroi della guerra di Troia, Venezia, Sonzogno, 2015, p. 135)

venerdì 15 dicembre 2017

Dei porci essi avevano il corpo...


...ἀνέμισγε δὲ σίτῳ
φάρμακα λύγρ
’, ἵνα πάγχυ λαθοίατο πατρίδος αἴης. 
αὐτὰρ ἐπεὶ δῶκέν τε καὶ ἔκπιον, αὐτίκ’ ἔπειτα 
ῥάβδῳ πεπληγυῖα κατὰ συφεοῖσιν ἐέργνυ.
οἱ δὲ συῶν μὲν ἔχον κεφαλὰς φωνήν τε τρίχας τε 
καὶ δέμας, αὐτὰρ νοῦς ἦν ἔμπεδος ὡς τὸ πάρος περ. 
«...funesti farmaci
mischiò nel cibo, perché obliassero del tutto la patria.
Dopoché glielo diede e lo bevvero, li toccò subito
con una bacchetta e li rinserrò nei porcili.
Dei porci essi avevano il corpo: voci e setole
e aspetto. Ma come in passato la mente era salda».
(Odissea X 235b-240; trad. G.A Privitera)
Mercoledì prossimo, da Circe, la metamorfosi che cancella il ricordo del proprio passato e seppellisce la consapevolezza della propria identità

giovedì 14 dicembre 2017

I primi tre incontri - 13 dicembre

Qualche filo di lettura

È durante il banchetto che Odisseo torna ad essere sé stesso: svela il proprio nome e recupera l’identità di uomo alla ricerca di sé e della propria terra. Scheria, l’isola dei Feaci, è in un certo qual modo la mediazione tra l’attività frenetica che lo attenderà ad Itaca e l’annichilimento quasi totale che l’aveva contraddistinto ad Ogigia, tappa precedente.

E, in questo canto, Ulisse è l'uomo dell'inganno, il tessitore abile di trame che salvano dai pericoli si parte dall'Ulisse polymetis (πολύμητις) per "tornare" poi al polytropon (πολύτροπον); in un certo senso, si può dire che in questo canto, benché si inizi la trattazione delle peripezie di Ulisse, il protagonista compare più nelle sue caratteristiche di eroe dell'Iliade che dell'Odissea.

I Ciconi sono oggetto di pirateria da parte dei Greci (qualcosa di simile a quanto accadeva durante le colonizzazioni?) e sono socialmente organizzati.

Capo Maleo segna il confine non valicabile da parte dei comuni mortali, che corre fra mondo reale e mondo irreale11. Nestore, simbolo della pietas, l’aveva attraversato senza problemi; per Ulisse inizia invece da qui il cammino nello spazio non umano, all’interno del quale potrà rientrare solo grazie all’aiuto dei Feaci, simili agli dei.

L’incontro con i Lotofagi segna l’inizio del mondo dell’oblio e della dimenticanza; superato il capo Maleo si entra in un mondo aklees, privo di gloria, generalmente non coltivato e spesso privo di dimensioni di socialità. La breve avventura inizia il tema delle tentazioni e della seduzione della perdità dell’identità: chi mangia il loto sembra perdere lo scopo della vita, la meta del viaggio da percorrere.

Nell'incontro con i Ciclopi Omero tratteggia un "non-mondo": la descrizione nasce per via negationis e cerca di suscitare da subito la consapevolezza dell’alterità di cui Ulisse è portatore rispetto a queste creature.


Il mondo dei Ciclopi è un mondo chiuso: vivono sparsi per isole che non coltivano, sono incapaci di relazioni e di costruire legami: la loto vita è, in sostanza, la negazione dei valori che costituiscono invece la dimensione associativa delle comunità greche. 

Il tema dell’avvio della ricerca di Ulisse parte da qui; se rimanere sull’isoletta irraggiungibile dai Ciclopi sarebbe stata la scelta di molti dei compagni di Ulisse, il suo statuto di eroe, che si manifesta anche nell’incontro con Polifemo si evidenzia in questo passaggio: si passa dall’eroe che subisce le vicende all’eroe che ne diventa parte attiva e si fa motore dell’azione.  


Tutto l’episodio è segnato dal tema del nascondimento: la luna è, all’inizio del racconto, nascosta
dalle nuvole; l’isola cui Odisseo e i compagni sono approdati era difficile da scorgere; le navi
approdano ma il buio le nasconde alla vista; Ulisse nasconde, tacendolo, il suo nome.


È grazie al vino, usato oltre misura, che però si avvia la soluzione della vicenda; l’esperienza della bevanda offertagli da Ulisse, il vino di Ismaro, stimola Polifemo a un confronto tra le produzioni della propria terra e quella degli infelici ospiti.


Compiuto l’accecamento, nascostosi anche alla vista, Ulisse rimarca a Polifemo i motivi per cui, giustamente, l’ordine viene ristabilito con la sua punizione: l’aver infranto spudoratamente l’ospitalità (peraltro superbamente irrisa) è la causa prima della situazione di cui Polifemo si lamenta. Ulisse ha punito Polifemo in nome dei valori della civiltà che lui rappresenta.


E, in una sorta di sigillo finale, Ulisse rivendica l’impresa ed il pericolo superato, chiedendo al Ciclope di prolungare nel tempo la gloria di un’azione, compiuta con l’astuzia e non con la forza.

La citazione
«Se Odisseo, confrontandosi a dei, maghi e al regno della morte definisce cos’è l’uomo e la sua umanità rispetto al divino e alla morte, confrontandosi al Ciclope definisce l’uomo sociale e civile in confronto con quello selvaggio»».

(P. Pucci, L’io e l’altro nel racconto di Odisseo sui Ciclopi, in «Studi Italiani di Filologia Classica» 86, 1993, p. 27 )

sabato 9 dicembre 2017

Niente di più dolce...

Mercoledì prossimo, lontanissimo da casa sua e (benché) in una situazione pressoché paradisiaca, Ulisse ci dirà (anche) questo:
…οὔ τι ἐγώ γε
ἧς γαίης δύναμαι γλυκερώτερον ἄλλο ἰδέσθαι.
«Non so vedere
altra cosa più dolce, per uno, della sua terra». 


(Odissea IX, 27b-28; trad. G.A. Privitera)

Ulisse, cura anti apatia

Varrebbe la pena di leggere questo intervento di Alessandro d'Avenia , che rimescola attualità e passato. E lancia una proposta per un...